Da brava bambina ho approfittato della mia bronchite, e conseguente settimana chiusa in casa, per guardarmi con calma il libricino che il ministro Fioroni ha fatto avere a tutti gli insegnanti per far conoscere le nuove direttive ministeriali. In realtà mi è bastata un’oretta per leggerlo tutto e farmi un’idea.
Non so perché ma la sensazione che mi rimane è la stessa che solitamente ho dopo aver letto vari manuali di didattica: tante belle indicazioni, tanti spunti e un’idea di scuola contro cui nessuno, credo, avrebbe nulla da obiettare. Peccato solo una cosa: dove sono le condizioni perché tutte quelle belle indicazioni siano realizzabili?
Si parla di laboratori come se si trattasse di una realtà acquisita, di nuove tecnologie, di studio dell’arte anche attraverso nuovi media (pubblicità, brevi filmati etc.), di utilizzo di Internet e del computer soprattutto per stimolare e aiutare i bambini con difficoltà… Ma stiamo parlando della scuola italiana o di un altro Paese?
E’ sconfortante lo scollamente esistente tra le direttive (e non parlo ovviamente solo di queste ultime) e la realtà concreta e quotidiana in cui ci si trova a operare.
Il ministro sa (credo che lo sappia) che la scuola non ha più nemmeno i soldi per comperare la carta igienica, ragion per cui mi sono trovata a consigliare ai bambini di portarsi dietro un pacchetto di fazzoletti di carta perché se dovessero andare in bagno una volta in più del previsto non avrebbero carta? Sa che la carta per asciugarsi le mani ci viene fornita una tantum e che nei bagni non c’è sapone?
Sa che le insegnanti devono acquistare da sé qualunque strumento utile allo svolgimento del loro lavoro: dalle matite alle penne, dalle forbici alla colla, per non parlare della carta per fare le fotocopie?
E in una scuola (parlo della scuola pubblica italiana in generale) che non può permettersi neanche gli strumenti di base per insegnanti e allievi ci si può legittimamente aspettare di trovare “laboratori” attrezzati, aule abbastanza e spazi utili per svolgere attività di laboratorio?
“La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità…”. Vero, verissimo, ma quando una classe è composta da 26 piccoli esserini scatenati che ancora non sanno cosa significhi stare in classe, ascoltare quello che dice l’insegnante, attendere che tutti abbiano finito il proprio lavoro senza cercare di rompersi l’osso del collo o romperlo a qualche compagno di classe, come si fa a prestare attenzione al singolo? Certo, cercare di capire ciascuno, tentare di farli parlare ed esprimere su vari aspetti della loro vita, comprendere più possibile quali molle bisogna toccare per far scattare in ognuno il desiderio di apprendere, di tentare di fare del proprio meglio, questo si fa tutti i giorni, ma sedersi ogni giorno accanto a un solo bambino e ascoltarlo con attenzione purtroppo è un’utopia.
E aiutare il bambino in difficoltà, cercare di farlo stare al passo con gli altri, evitare che torni a casa con i lavori incompleti, senza aver capito nulla del lavoro svolto in classe… come si fa?
Tante belle parole, tanti bei propositi, che poi si scontrano con le notizie che si leggono ogni giorno sui giornali, non ultima quella dei tagli degli insegnanti di sostegno: chi aiuterà i bambini in difficoltà, come potranno arrivare agli stessi obiettivi degli altri senza una guida specifica, come non farli sentire, dunque, inferiori, per difficoltà che magari possono essere superate solo con il sostegno di una persona qualificata?
E tutti gli obiettivi descritti nel curricolo come si raggiungono se le insegnanti devono arrangiarsi nel migliore dei modi per far fronte alle difficoltà quotidiane grandi e piccole?
Quando parlo così sembro mia madre, che in oltre 30 anni di insegnamento si è lamentata esattamente delle stesse cose. Sono io che sto invecchiando? O forse è la scuola che dopo tanti anni ancora non risolve i suoi problemi, che sono drammaticamente sempre gli stessi?
Forse una cosa sarebbe utile per risparmiare senza penalizzare la scuola: dei sistemi di controllo che analizzino il lavoro delle singole scuole, dei singoli insegnanti e dirigenti e taglino lì dove, sì, si dovrebbe tagliare. Parlo di tutti coloro (e sono tanti!) che per il fatto di essere dipendenti statali si sentono così protetti da non sciuparsi più di tanto, tutte quelle persone che tanto sanno di rimanere a galla comunque e allora perché farsi in quattro? Esistono insegnanti bravi e preparati, che danno il meglio di sé alla scuola, perché ci credono veramente, ma se ne perde traccia nel mare di sfaccendati e oziosi che si annidano nei posti pubblici. In una qualunque azienda privata è impensabile entrare alle 9 per una riunione, timbrare il cartellino magari dieci minuti prima per restare fino alle 10 in corridoio a parlare. Entrare poi finalmente in riunione dopo un’ora e perdersi in chiacchiere, poi c’è la pausa caffè… Poi la giornata finisce e l’obiettivo non è stato raggiunto, la programmazione non c’è e non ci sarà per molti mesi ancora.
Si vivacchia, ci si arrangia, si va alla giornata, senza organizzazione e in ordine sparso in una scuola dove si parla di programmazione a classi parallele, continuità, extracurricolo ecc. ecc.
I veri tagli dovrebbero essere quelli di personale che non funziona, a tutti i livelli, per dare spazio a chi ha voglia di fare. Questi sono i veri sprechi dello Stato. Ma qui torniamo al solito discorso della meritocrazia, che in Italia non piace molto…

Ma di quale scuola parliamo?
Ottobre 30, 2007
…non sono più precaria!
Ottobre 27, 2007…E così sono diventata una maestrina! Entrata di ruolo nella scuola elementare in quel di Firenze e tanto per completare l’opera ho anche una prima. Così si ricomincia tutto da capo, ancora una volta si cambia tutto: lavoro, colleghi, ambiente e questa volta anche città. Direi a malincuore, visto che mi sono appena sposata e mio marito ovviamente è a Milano.
Ancora una volta sono tornata a mettermi in discussione: ho sbagliato o non ho sbagliato, soprattutto dove ho sbagliato? Perché sono qui e non dove avrei voluto?
Ma poi me ne devo fare una ragione e per non pensare mi rimbocco le maniche e cerco di fare del mio meglio: innanzitutto mi sono messa a studiare, visto che per affrontare un nuovo lavoro bisogna sapere cosa si deve fare e soprattutto perché si ha a che fare con bambini e in questo caso anche piccoli. Poi cerco qualcosa da fare nei tempi morti: corsi, palestra… vedremo!
Infine mi rendo conto di una grossa novità. Non ci avevo proprio pensato all’inizio, ma ora finalmente me ne accorgo: non sono più precaria! Dopo cinque anni di precariato ora sono una dipendente a tutti gli effetti e per di più dello Stato! Incredibile… Certo devo affrontare l’anno di prova, ma tant’è…
Alla fine sono in qualche modo rientrata nei ranghi, come si suol dire, e mi sono messa anche a seguire le orme di famiglia. E’ andata così, forse era il destino.
Ma la mia battaglia non finisce qui! Ho tanti progetti e tante idee per la testa, credo che sia proprio il momento giusto per mettermi finalmente a realizzare qualcosa di più concreto. In fondo mai come adesso ho tanto tempo a mia disposizione: non lavoro più 13 ore al giorno e sono in una città in cui non conosco quasi nessuno.
Sarà la volta buona…?

Agosto 31, 2007
…In una gioia che fa male di più della malinconia
ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via
E non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso
figlio di un cielo così bello
perché LA VITA E’ ADESSO
Claudio Baglioni

Viaggi di nozze… e bandiere
Agosto 29, 2007Come sempre capita quando si torna dalle vacanze mi sento scarica e senza alcuna voglia di riprendere il contatto con la realtà. Le mie sono state molto di più di semplici vacanze, si chiama viaggio di nozze o, come si dice nel Paese che ho visitato, honey moon. Ventuno giorni negli Stati Uniti, “on the road”, Boston-Miami con tappe a New York, Washinghton, Orlando, ma anche in cittadine meno note ma non meno belle come Newport, Charleston, Savannah, Williamsburg. Ventuno giorni splendidi, assolutamente fuori dal mondo, così tanto da ricordare solo il giorno del matrimonio e null’altro, così tanto che a volte per sapere che giorno fosse dovevamo guardare il calendario!
Ho realizzato il mio grande sogno di vedere gli Stati Uniti. La cosa che più mi ha colpito è stata la presenza incredibile di bandiere degli States. Sono ovunque, anche nel bel mezzo dell’autostrada. Queste lunghe autostrade, sempre incredibilmente diritte, che attraversano una vegetazione fitta e rigogliosa, di tanto in tanto lasciare intravedere enormi bandiere che sventolano. Da noi la bandiere è presente davanti a uffici pubblici, caserme, luoghi di rappresentanza. Per loro la bandiera è molto di più, c’è sempre, quasi a voler costantemente ricordare che si è in una nazione, a voler sottolineare il concetto stesso di “nazione”.
Forse può apparire esagerato, eppure ha un suo senso e si dovrebbe riflettere un po’ di più sull’assoluta assenza della bandiera nel nostro Paese. E’ un simbolo unificante, che ha le sue radici nella storia di un Paese, che ricorda da dove veniamo, quindi chi siamo.
A parte le partite di calcio in cui gioca la nazionale, non si vedono molte bandiere da noi. Dopo le partite si ripongono nell’armadio. Non è un discorso nazionalista, si badi. E’ una semplice riflessione che mi porta a valutare quanto siamo distratti e poco attenti a tutto ciò che riguarda la nostra storia, il nostro passato. E’ triste vedere che ragazzi e ragazze adolescenti o ventenni non abbiano idea di cosa si festeggi il 25 aprile, non sappiano esattamente cosa si indichi con la parola Risorgimento. Tutto questo significa che non si sono neanche mai chiesti cosa sia accaduto prima. Semplicemente prima della loro nascita, prima che diventassero consapevoli. Non sanno nulla dei loro nonni, di quanto possa essere accaduto nella città stessa in cui abitano e tutto sommato non sentono neanche il bisogno di mettere la testa fuori dalla finestra e guardare cosa c’è oltre la loro fetta di cielo.
Ho molto spesso commentato i dibattiti che si stanno svolgendo in questo periodo intorno alla Resistenza, al significato della lotta partigiana. Ho consoderato fuorviante il “revisionismo” storico e assolutamente poco educativo, ma non avevo capito una cosa molto più semplice: tutto questo parlare e sparlare di momenti storici importanti, tutte queste svalutazioni, rivalutazioni, ripensamenti non hanno alcun ruolo, né educativo né antieducativo, semplicemente perché moltissime persone (credetemi, moltissime e non solo molto giovani) non sanno esattamente di cosa si stia parlando, quindi non seguono il dibattito, semplicemente perché non lo capiscono. Lo scorso anno mi sono trovata ad insegnare a ragazzi delle scuole superiori e ho constatato con grande amarezza che la nostra storia, quella più vicina a noi, quella conteporanea, non interessa a nessuno, è sentita come una materia tra le tante, studiata a memoria tanto per avere qualche cognizione da spiattellare all’esame di maturità. Tutto questo rende inutili i libri, i dibattiti e un qualunque tentativo di riflessione. Vana anche la bandiera, considerata oramai sempre più il simbolo della nazione in occasione dei mondiali o di qualunque altra manifestazione sportiva disputata a livello internazionale.
Tutto ciò che di buono o di cattivo possa contenere quel simbolo semplicemente non esiste.
Sarebbe possibile recuperare un po’ di memoria storica in questo nostro Paese, fino a non molti anni fa bello e grande? Si può sperare di ritrovare in qualche modo noi stessi, la nostra identità? Cominiciamo dal rispolverare le bandiere e spiegare cosa sono, magari? …Magari…

Manifestazione d’essai
Dicembre 7, 2006Sono passati giorni e il sito langue… La verità è che ho ripreso a lavorare, e a pieno ritmo. Peccato solo che non riesca più a seguire il mio blog con maggiore continuità. Come posso risparmiare la meravigliosa manifestazione del centrodestra di sabato scorso?
Che bellezza, ragazzi, se ne sono sentite di ogni. Sì, è vero, c’era tanta gente, questo è sicuro, ma se le motivazioni “politiche” che hanno spinto in piazza così tante persone sono quelle che ho sentito, direi che Prodi non ha tutti i torti a dare i giudizi che ha dato.
Le due affermazioni che mi sono rimaste più impresse nella mente sono state: “Sono in piazza perché io non voglio Prodi… Prodi ce l’ha piccolo”. Complimenti alla signorilità della settantenne che ha voluto farci partecipi, attraverso i microfoni di La7, di questa sua intensa riflessione sulla politica e forse anche un po’ sui perché della vita.
Ma il più bello è stato quello di una graziosa veneta, credo di mezza età, che alla domanda “Cosa disntingue la destra dalla sinistra” ha risposto subito (come se non avesse fatto altro che pensarci per tutta la notte): “Ma vuoi mettere la differenza? Insomma, guardateci: noi della destra siamo anche più belli ed eleganti della sinistra. No, dico, guardateci: siamo più belli o no?”. Chiaro che la gentildonna voleva rimarcare le differenze “di classe” (sociale) tra i simpatizzanti dei due schieramenti, ma mi sfugge un piccolo particolare: oltre all’evidente soddisfazione nel mostrare il suo abito (che secondo un detto “non fa il monaco” e come si sa vox populi…), magari acquistato proprio per l’occasione, cosa era andata a fare in piazza proprio di sabato, che è notoriamente un giorno di shopping? In fondo manifestare oggi come oggi fa molto “alternative”, un po’ chic ma di tendenza, senza essere retrò. Per fortuna c’è chi sa seguire la moda del momento riuscendo a dare anche un tocco di classe a usanze che rischiano di restare appannaggio dei soliti plebei.
Dulcis in fundo, il discorso di Berlusconi…
Grazie centrodestra, grazie a tutti voi, rinforzate sempre più la mia convinzione che nonostante tutto voterei ancora per Prodi!