Da Europa, mercoledì 4 ottobre 2006, pagina 4
La parola pensione dovrebbe far pensare alla condizione delle generazioni più anziane. Invece, non si può fare a meno di meditare sul futuro pensionistico dei giovani lavoratori “atipici” di oggi che, se le cose non cambieranno, andranno a ingrossare un futuro esercito di pensionati al minimo. Margherita, 30 anni, di Latina, laureata con il massimo dei voti in lettere moderne, da diversi anni lavora, a intervalli di tempo, a Milano. Alle spalle ha accumulato una lunga serie di contratti cosiddetti atipici, come collaborazioni occasionali, vecchi co.co.co, contratti a progetto e contratti di inserimento. Ha lavorato ovunque: dai call center a collaborazioni spot sparse tra piccole e grandi società. Insomma, il classico profilo lavorativo delle giovani generazioni. Per lei la pensione comincia a diventare un pensiero frequente. «Ci penso spesso perché ad oggi non ho mai avuto un lavoro fisso – afferma Margherita – e sto progettando di attivarmi al più presto una pensione privata. Ho già preso informazioni e presto ne sottoscriverò una. Non ho alternative». Con le prospettive di vita per chi ha 40 anni oggi (che per gli uomini è di circa 83 anni e per le donne di 88 ) è impensabile per Margherita sognare di emulare la madre che è andata in pensione a 55 anni. La condizione di Margherita è quella di centinaia di migliaia di giovani nel nostro paese in cui le contraddizioni del mercato del lavoro sono sempre più evidenti. Le ultimissime rilevazioni trimestrali dell’Istat confermano la tendenza in atto da molti anni, ossia l’aumento del lavoro atipico e a termine. Nel secondo trimestre 2006 l’offerta di lavoro è cresciuta, rispetto al secondo trimestre 2005 di 320mila unità (+1,3%), di cui la quota del lavoro flessibile è di 120mila. Complessivamente i lavoratori con contratti a termine e precari sono cresciuti fino ad arrivare a una incidenza del 14% circa sul totale degli occupati dipendenti. Di questi (elaborazione Censis) circa il 60 per cento è sotto i 35 anni. Da questi dati sono escluse le partite Iva che vengono collocate nel lavoro autonomo pur, in molto casi, svolgendo lavoro dipendente. Quale pensione è possibile garantire a questa massa di atipici? I processi di invecchiamento della popolazione, la scarsa contribuzione dei milioni di contratti atipici e l’aumento della frequenza dei periodi di non lavoro, prefigurano una miscela devastante per il futuro pensionistico di questi lavoratori. Anche la situazione di coloro che hanno un contratto da dipendente a tempo indeterminato non è delle più tranquille. Diverse proiezioni della Ragioneria dello stato rilevano che la pensione futura dei giovani dipendenti di oggi si attesterà al 50 per cento della loro retribuzione attuale. Sembra di essere in un vicolo cieco. «Negli ultimi dieci anni l’esplosione del lavoro flessibile ha avuto l’effetto di tagliare le contribuzioni con risultati non più sostenibili – afferma Pier Paolo Baretta, segretario generale aggiunto della Cisl – e nel breve l’obiettivo è quello di aumentare la contribuzione dei parasubordinati almeno fino al 23 per cento (attualmente è poco più del 18%)». Il sindacato e i lavoratori sanno bene che queste misura non è sufficiente e che c’è bisogno di intervenire più a fondo. Baretta avanza una proposta: «Sul lungo periodo bisognerà giungere ad una situazione di uguaglianza di tutti i lavoratori individuando un’unica aliquota pari al 27 per cento e stabilire contributi figurativi per i periodi di non lavoro. In questo modo è possibile raggiungere un risultato di giustizia sociale attraverso un ragionevole patto generazionale. I giovani oggi rappresentano una delle priorità dell’iniziativa sindacale della Cisl».


