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Ma di quale scuola parliamo?

Ottobre 30, 2007

Da brava bambina ho approfittato della mia bronchite, e conseguente settimana chiusa in casa, per guardarmi con calma il libricino che il ministro Fioroni ha fatto avere a tutti gli insegnanti per far conoscere le nuove direttive ministeriali. In realtà mi è bastata un’oretta per leggerlo tutto e farmi un’idea.
Non so perché ma la sensazione che mi rimane è la stessa che solitamente ho dopo aver letto vari manuali di didattica: tante belle indicazioni, tanti spunti e un’idea di scuola contro cui nessuno, credo, avrebbe nulla da obiettare. Peccato solo una cosa: dove sono le condizioni perché tutte quelle belle indicazioni siano realizzabili?
Si parla di laboratori come se si trattasse di una realtà acquisita, di nuove tecnologie, di studio dell’arte anche attraverso nuovi media (pubblicità, brevi filmati etc.), di utilizzo di Internet e del computer soprattutto per stimolare e aiutare i bambini con difficoltà… Ma stiamo parlando della scuola italiana o di un altro Paese?
E’ sconfortante lo scollamente esistente tra le direttive (e non parlo ovviamente solo di queste ultime) e la realtà concreta e quotidiana in cui ci si trova a operare.
Il ministro sa (credo che lo sappia) che la scuola non ha più nemmeno i soldi per comperare la carta igienica, ragion per cui mi sono trovata a consigliare ai bambini di portarsi dietro un pacchetto di fazzoletti di carta perché se dovessero andare in bagno una volta in più del previsto non avrebbero carta? Sa che la carta per asciugarsi le mani ci viene fornita una tantum e che nei bagni non c’è sapone?
Sa che le insegnanti devono acquistare da sé qualunque strumento utile allo svolgimento del loro lavoro: dalle matite alle penne, dalle forbici alla colla, per non parlare della carta per fare le fotocopie?
E in una scuola (parlo della scuola pubblica italiana in generale) che non può permettersi neanche gli strumenti di base per insegnanti e allievi ci si può legittimamente aspettare di trovare “laboratori” attrezzati, aule abbastanza e spazi utili per svolgere attività di laboratorio?
“La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e delle sue fragilità…”. Vero, verissimo, ma quando una classe è composta da 26 piccoli esserini scatenati che ancora non sanno cosa significhi stare in classe, ascoltare quello che dice l’insegnante, attendere che tutti abbiano finito il proprio lavoro senza cercare di rompersi l’osso del collo o romperlo a qualche compagno di classe, come si fa a prestare attenzione al singolo? Certo, cercare di capire ciascuno, tentare di farli parlare ed esprimere su vari aspetti della loro vita, comprendere più possibile quali molle bisogna toccare per far scattare in ognuno il desiderio di apprendere, di tentare di fare del proprio meglio, questo si fa tutti i giorni, ma sedersi ogni giorno accanto a un solo bambino e ascoltarlo con attenzione purtroppo è un’utopia.
E aiutare il bambino in difficoltà, cercare di farlo stare al passo con gli altri, evitare che torni a casa con i lavori incompleti, senza aver capito nulla del lavoro svolto in classe… come si fa?
Tante belle parole, tanti bei propositi, che poi si scontrano con le notizie che si leggono ogni giorno sui giornali, non ultima quella dei tagli degli insegnanti di sostegno: chi aiuterà i bambini in difficoltà, come potranno arrivare agli stessi obiettivi degli altri senza una guida specifica, come non farli sentire, dunque, inferiori, per difficoltà che magari possono essere superate solo con il sostegno di una persona qualificata?
E tutti gli obiettivi descritti nel curricolo come si raggiungono se le insegnanti devono arrangiarsi nel migliore dei modi per far fronte alle difficoltà quotidiane grandi e piccole?
Quando parlo così sembro mia madre, che in oltre 30 anni di insegnamento si è lamentata esattamente delle stesse cose. Sono io che sto invecchiando? O forse è la scuola che dopo tanti anni ancora non risolve i suoi problemi, che sono drammaticamente sempre gli stessi?
Forse una cosa sarebbe utile per risparmiare senza penalizzare la scuola: dei sistemi di controllo che analizzino il lavoro delle singole scuole, dei singoli insegnanti e dirigenti e taglino lì dove, sì, si dovrebbe tagliare. Parlo di tutti coloro (e sono tanti!) che per il fatto di essere dipendenti statali si sentono così protetti da non sciuparsi più di tanto, tutte quelle persone che tanto sanno di rimanere a galla comunque e allora perché farsi in quattro? Esistono insegnanti bravi e preparati, che danno il meglio di sé alla scuola, perché ci credono veramente, ma se ne perde traccia nel mare di sfaccendati e oziosi che si annidano nei posti pubblici. In una qualunque azienda privata è impensabile entrare alle 9 per una riunione, timbrare il cartellino magari dieci minuti prima per restare fino alle 10 in corridoio a parlare. Entrare poi finalmente in riunione dopo un’ora e perdersi in chiacchiere, poi c’è la pausa caffè… Poi la giornata finisce e l’obiettivo non è stato raggiunto, la programmazione non c’è e non ci sarà per molti mesi ancora.
Si vivacchia, ci si arrangia, si va alla giornata, senza organizzazione e in ordine sparso in una scuola dove si parla di programmazione a classi parallele, continuità, extracurricolo ecc. ecc.
I veri tagli dovrebbero essere quelli di personale che non funziona, a tutti i livelli, per dare spazio a chi ha voglia di fare. Questi sono i veri sprechi dello Stato. Ma qui torniamo al solito discorso della meritocrazia, che in Italia non piace molto…